Presentazione di Alberto Lorenzini

È per me un onore presentare questo racconto inedito di un giovane scrittore, un frammento autobiografico che ha per tema quello che avrebbe dovuto essere un momento di passaggio cruciale nella vita di un uomo. Sulla riva dell’oceano dove batte un vento gagliardo e i surfisti danzano intorno al fuoco sul fare della sera, si celebra la mancata iniziazione alla pienezza della propria vita. La via è sbarrata dalla parte del padre che apre e contemporaneamente chiude il passaggio, abitato come questi a propria volta rivela di essere, da un padre rifiutante che si presenta puntuale all’appuntamento, allo scopo di perpetrare nelle generazioni future lo stesso disastro evolutivo che ha segnato il carattere e la vita di chissà quanti padri e figli. La descrizione attenta e consapevole dell’episodio e la determinazione dello scrittore a intervenire con l’arma della creatività narrativa ricalcano lo scopo di ogni psicoterapia che voglia incidere sulle cause e non sui sintomi della sofferenza affettiva: tagliare la maledetta catena di una schiavitù che si riproduce di generazione in generazione, per liberare se stesso e tutti gli altri che verranno dopo di sé.


Mi chiamo Gabriele Cavallini, ho venticinque anni e come tutti non so cosa fare nella vita. Almeno così spero. Altrimenti dovrò dire: mi chiamo Gabriele Cavallini, ho venticinque anni e non credo in me stesso.
Ogni sera, alle 18 in punto, scendo al pub del mio paese e bevo fino a stare male. Ogni sera, alle 22 in punto, torno a casa e continuo a fumare finché non mi sento raschiare i polmoni. Non ho il coraggio di pensare che sono solo in una stanza. Una settimana fa sono fuggito da Torino; sono tornato a casa di mio padre e non so se la lascerò mai.
Stanno costruendo una casa qua accanto. Ho spostato la scrivania davanti alla finestra per poter guardare i muratori lavorare. Nessuno parla una forma di italiano che io ritenga corretta. Riescono a comunicare attraverso strane formule proprie solo dei carpentieri calabro-albanesi.
Oggi è un giorno qualsiasi. Ne sono passati dieci da quando Gemma mi ha lasciato. Mi sono cancellato da tutti i profili social: non riesco a vederla in foto senza tremare. Me la immagino mentre ride fino a strozzarsi con la birra insieme ai nostri amici. Ho ancora il segno dei suoi morsi sulla spalla.
Da un rapido controllo del suo nome su Google, ho scoperto essersi iscritta a un sito di vestiti usati sotto il nome di Del_Mar. Ha messo in vendita alla cifra simbolica di 7 € i sandali che le avevo regalato lo scorso anno. Penso che in qualche modo oscuro quello sia il valore che adesso dà al nostro legame.
Mio padre passa scalzo lungo il bordo della casa, entra in giardino, si accuccia e comincia a strappare le erbacce. I muratori lo guardano divertiti. Mio padre è un omaccione: da un paio d’anni è diventato brizzolato e gli sono caduti i peli dal petto. È diventato anche più cauto e si è dato a una forma di giardinaggio maniacale. Ogni volta che ritorno a casa, nel giardino è comparsa una nuova pianta tropicale, la siepe è stata tagliata con una forma diversa. Oggi è ondulata come le onde del mare.
Quando avevo quindici anni andammo in vacanza in Portogallo. Prenotammo un piccolo appartamento in un paesino fuori Sintra, davanti la spiaggia di Praia Grande. Chiusa dentro due costole di rocce a picco, la spiaggia manteneva un suo particolare microclima: improvvise raffiche di vento ci sparavano la sabbia sulla faccia, mentre l’acqua era sempre troppo fredda e incazzata per fare il bagno. La spiaggia era perciò frequentata solo da surfisti, da me e mio padre che cercavamo di ingannare il vento lanciandoci un Super Santos, e da mia madre, perennemente seduta col giacchetto, con indosso gli occhialoni da Paris Hilton che bestemmiava sottovoce.
La sera di ferragosto mia madre andò a letto prestissimo. In quel periodo se ne stava sempre per conto suo. La verità è che prima del giorno in cui se ne andò di casa, davamo per scontato che dovesse rimanere sempre con noi; questo è solo uno degli aspetti che mi rendono uguale a mio padre. La mia storia, prima o poi, è destinata a diventare la sua. Quella sera mi portò nell’unico bar aperto che dava sulla spiaggia di Praia Grande. I surfisti avevano acceso i falò e nei momenti senza vento li sentivamo cantare sopra al fracasso del mare.
L’anno scorso, a ferragosto, io e Gemma abbiamo fatto l’amore sulla spiaggia di Riotorto. Una stella cadente si è prolungata sopra al mare per più di cinque minuti. È durata più di me, avevo commentato; Gemma era scoppiata a ridere. Poi aveva attaccato a massaggiarmi il lobo dell’orecchio come faceva sempre quando era felice.
Nel bar davanti a Praia Grande mio padre ordinò una birra e mi chiese se ne volessi una anche io. Ordinai una coca cola.
Non ricordo più come cominciò a parlarne. So che l’uomo che adesso è chinato nel giardino non lo farebbe mai.
Mio padre mi raccontò di quando molti anni prima suo padre – mio nonno – l’aveva portato in spiaggia a Principina, dove avevano appena comprato casa. Mio padre aveva undici anni.
Mio nonno era un grezzista. Il suo lavoro consisteva nell’andare in giro per il mondo a cercare allevamenti di bestiame da cui comprare pelli grezze. Lui e mio padre si vedevano poco e male. Mio nonno non parlava quasi mai, se non dopo il caffè e la grappa, e di solito, quando lo faceva, raccontava di quel particolare luogo vicino a Minsk dove aveva trovato un piccolo allevamento a cui era riuscito a strappare un prezzo vantaggioso per delle pelli radioattive.
Si misero lontano dalla battigia. Piantarono l’ombrellone e stesero gli asciugamani, si tolsero le maglie e mio nonno le sistemò sopra le stecche di metallo che tenevano teso l’ombrellone. Poi si stese all’ombra, a fumare e leggere il giornale. Mio padre rimase per un po’ a guardare quell’uomo, suo padre, che non conosceva affatto. Gli chiese se avesse voglia di fare il bagno; mio nonno scosse la testa senza dire niente. Così mio padre si alzò e andò da solo lungo la battigia. Un gruppo di ragazzini stava giocando a pallone. Mio padre li guardava. Si avvicinava sempre un passo di più, sperando che lo invitassero; ma ai ragazzini non interessava.
Gli occhi di mio padre si piegano in una forma che assomiglia al nocciolo di un’albicocca; le rughe sottili ai lati degli occhi formano un incavo dentro il quale non penetra la luce. Ha la bocca sempre sorridente. Anche se aveva solo quarant’anni, quella sera pensai che fosse un uomo già vecchio.
Fu il padre di uno dei bambini a invitarlo a giocare. Mi chiedo dove sia adesso quel padre, se sia ancora vivo e che fine abbiano fatto quei bambini. Nella mia mente quel padre diventa il padre di Gemma: un uomo alto, abbronzato, i capelli lunghi e grigi, che non ha alcun timore di dire ciò che pensa.
Mio padre si mise a giocare. Ogni tanto si voltava verso la spiaggia per guardare cosa facesse mio nonno. Poi anche gli adulti si misero a giocare con i ragazzini e di nuovo mio padre guardò verso l’ombrellone, sperando che mio nonno li notasse.
Alla fine mio nonno si alzò. Quando arrivò sulla battigia indossava le ciabatte. Disse a mio padre che si era fatta l’ora di rientrare. Non alzò nemmeno lo sguardo sul gruppetto che stava giocando a tedesca nell’acqua; lo disse e basta, aspettando che suo figlio lo seguisse. Mio padre gli rispose che sarebbe arrivato entro cinque minuti; mio nonno alzò gli occhi al cielo e poi tornò indietro.
A questo punto della storia mio padre si fermò; mi chiese di nuovo se volessi una birra.
Risposi di no, lui invece ne ordinò un’altra.
Passarono più di cinque minuti. Forse ne passarono una ventina, mio padre non se lo ricordava. Quando tornò verso la spiaggia, l’ombrellone non c’era più. Non c’erano più gli asciugamani, le magliette e nemmeno i sandali di mio padre. Non c’era più mio nonno.
Quel giorno mio padre tornò alla casa di Principina scalzo. Faceva così caldo che si ustionò le piante dei piedi. Quando rientrò, suo padre fumava in terrazza. Disse soltanto: cinque minuti, mostrando la mano aperta.
Non so spiegare la sua espressione nel bar di Praia Grande. Guardava dietro di me, al nostro riflesso sul vetro, il mare nero e i pochi fuochi sulla spiaggia battuti dal vento. Mi chiedeva continuamente se volessi una birra.
Lo capisco solo adesso: che quello doveva essere il momento in cui un padre e un figlio bevono per la prima volta una birra insieme. Il tentativo di mio padre di dirmi che lui non vorrebbe mai essere come suo padre. La necessità di farmi sapere che con lui posso parlare.
Dopo quella volta non abbiamo più tentato di capirci. Credo davvero che io e mio padre siamo uguali nel peggiore dei modi possibili: incapaci di esprimere all’esterno quello che ci portiamo dentro.
Adesso sono quasi le 18. I muratori vanno via sbraitando. Mio padre è ancora chinato nel giardino. Gli vedo le piante dei piedi sporche di terra. Sembrano bruciate.
Controllo il sito dei vestiti: Del_Mar ha eseguito l’ultimo accesso meno di un’ora fa. I sandali sono stati venduti a una certa Ylenia.
La sera a Praia Grande finì nel silenzio. Io non ordinai mai la birra e mio padre non disse più nulla dopo quella storia. Poi rientrammo a casa e ricordo che faceva molto freddo. Tirava vento e i surfisti ballavano intorno al fuoco.
Adesso vorrei che mio padre si voltasse; vorrei che mi vedesse alla finestra, mentre lo fisso. Forse riuscirei a sorridergli, anche se non lo faccio da molto tempo. Vorrei poterlo amare come ci si aspetta da un figlio.
Se potessi cambierei tutto. Non capisco quando, né come, la direzione degli eventi ha cominciato a condurmi dove sono adesso. Non so perché, ma di sicuro devo essermi distratto.
Ciò che posso fare è solo questo:
quella sera a Praia Grande ordino la birra. Io e mio padre beviamo insieme e gli racconto che da grande vorrei fare lo scrittore e vivere per un periodo a Tokyo. Mio padre mi offre una sigaretta. Io sono un po’ ubriaco perché ho solo quindici anni. Mentre rientriamo a casa si accorge che ho freddo e allora mi mette sulle spalle il suo giacchetto. È largo e pesante; ha il suo odore e la sua forma. Mi abbraccia e insieme guardiamo i surfisti ballare, il fuoco che si sbatacchia nel vento, le onde del mare che picchiano contro la scogliera. Non sono più solo.

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