Laura è arrivata nel mio studio due anni fa. Sono rimasta sorpresa nel vederla, l’avevo incontrata in anticamera diverse volte negli anni precedenti ed avevo pensato che fosse in terapia con uno dei miei colleghi, invece era seguita per la sua tesi di laurea in Scienze della Formazione.

Quando le ho detto che mi ricordavo di averla incontrata si è stupita. Mi sono chiesta che cosa mi aveva colpito di lei, tanto da ricordarla nitidamente dopo alcuni anni e senza averle mai rivolto la parola e come mai l’avessi riconosciuta così prontamente.

Mi aveva colpito il suo atteggiamento fisico: rannicchiata, rigida, con l’aria sofferente, chiusa.

Quando è arrivata in terapia era come la ricordavo.

La ragione che l’aveva portata in terapia era “un senso materno che non ho”, “una paura per le cose irreversibili”, sentire che il suo “istinto alla vita” era molto precario. La paura relativa ad un figlio era descritta come una paura di “non sostenere delle sensazioni” e, allo stesso tempo, verificare che la vita a volte le sembrava tanto faticosa da non farle sentire il desiderio di maternità.

Nel frattempo mi comunicava che la sua era stata una vita molto fortunata.

Cl. Il senso materno che non ho, ci sto anche bene, è una cosa un po’ comoda (……………)

Cl. Non sono abbastanza generosa, ho amore per las mia libertà, ho paura delle cose irreversibili. Credo di prendermi un po’ in giro a dire queste cose. Un figlio è abbracciare la vita, io sono poco vitale. L’istinto alla vita è un tema molto preciso. Eventi nella vita mi hanno portata ad avere una grossa puara. ( …………)

Cl. Questa forma di controllo, essendo onesti, un po’ ce l’ho. (…)

Cl. Forse la paura di non farcela, di non sostenere delle sensazioni. Non posso dire “torno indietro”. Quando hai un figliuo sei responsabile, dovrei come decidere che voglio vivere sempre, voglio stare bene. Non mi fido di me , perché adesso non è così. (………)

Si descriveva come una persona che era stata una bambina molto diligente che faceva bene il suo compito. Poi, “ a un certo punto ho sentito di non stare in equilibrio”, di avere paura di spendersi, di temere molto la rabbia altrui ed accennava al timore che la rabbia altrui le facesse un po’ da specchio, definendolo “un limite di non ritorno”.

Il mio rimando è stato “ Ha paura di disintegrarsi?”, la risposta è stata “ Lo percepisco spesso (….) quando inizio ad emozionarmi ho paura di non tornare più”.

Cl Però verso le cose positive ho degli istinti. Sono stata una persona molto solare. Ho fatto degli sport in cui ho dovuto tirare fuori delle energie, negli studi. Ci sono delle cose che mi hanno vista lottare in senso positivo. E a volte ho ( una voce che dice) ma io le voglio! Si, un tono nostalgico.

Una delle ragioni che l’aveva portata in terapia era la non accettazione di sé, un giudizio, anzi un pregiudizio negativo nei suoi confronti. L’idea che c’era stato un “prima” in cui si sarebbe definita una persona accogliente ed un “ora” che la faceva percepire pesante. La spinta al cambiamento la sentiva “ un giorno si e dieci no”, era stanca , stanca di pensare, stanca dei suoi pensieri autodistruttivi, cosciente di avere lavorato tanto di testa e di sentire che questo non le serviva più.

Cl Sono sempre stata sul capire, sul piano cognitivo. (….)

Ultimo solo per ordine, aveva conosciuto un uomo con cui voleva essere diversa da come era stata nelle sue storie precedenti.

Cl. Con A. sono una donna nuova. E sento che voglio essere diversa con lui. Per la prima volta nella mia vita, davanti a una sua richiesta di aiuto, ho detto “no”, dai 18 mesi a una donna adulta. Per me è stato un passaggio epocale nella mia vita. (…)

Una cosa per me, e non mi sentivo in colpa. Una carezza, meritavo un equilibrio vero, non controllato.

Dopo il primo colloquio, se il Cliente desidera un nuovo appuntamento, propongo di vederci altre tre volte proponendo che al quarto incontro faremo il punto e valuteremo se il percorso utile è quello di una psicoterapia, se riterrò che la Terapia Centrata sul Cliente sia il modello utile per quel Cliente e, naturalmente, valuto con la persona la possibilità di lavorare insieme, di fidarci reciprocamente.

La fiducia del Terapeuta nei confronti del Cliente è un caposaldo della TCC. Il postulato di base dice che ogni essere umano possiede la Tendenza Attualizzante, una tendenza che appartiene a tutti gli esseri viventi e che li porterà ad attualizzarsi al meglio delle proprie potenzialità se a loro sarà offerto un clima facilitante. La fiducia del Cliente, naturalmente, non è altrettanto scontata e, senza la possibilità di costruire un’alleanza terapeutica, nessun processo è possibile.

Generalmente in questi successivi tre colloqui, raccolgo la storia di vita, a meno che il Cliente non abbia delle urgenze che richiedono ascolto immediato.

Laura non sembrava avere urgenze, aveva scelto di fare questo percorso non sulla base di un’urgenza ma di un desiderio.

Al momento dell’inizio della terapia aveva 36 anni.

Racconta che è la figlia maggiore di una madre molto cattolica, al contrario del padre, dice di essere stata concepita il giorno del loro matrimonio e di avere un fratello più giovane di quattro anni.

Descrive la madre come “censurante, vigilante, attenta, vicina e lontana”

Ricorda un episodio in cui si era fatta male con delle forbici, aveva soppresso il dolore per paura della reazione della madre. La madre, anche oggi, quando racconta questo episodio ride,

“ io no.” Anche perché la reazione della madre era stata,in quell’occasione, come Laura aveva temuto, di rabbia.

Cl Mia madre mi racconta che ero attratta dalle forbici, lei diceva “non toccarle!”. Una volta mi sono cadute sul piede e mi sono tagliata. Mi ricordo che mi sono tirata su il calzino. Avevo paura di mia madre, avevo represso il dolore. Me lo racconta ridendo, io no. (….)

So che avevo più paura della sua reazione che del dolore. E’ sempre stata una persona dura, ci ha picchiato, come tutti, le punizioni “ ti privo di questo”. Però soprattutto ho avuto paura del suo volto censurante, della sua espressione e della sua poca apertura emotiva, e della sua rigidità.

Un altro episodio si riferisce ad un giorno in cui la madre stava per scoppiare in lacrime; Laura le si era avvicinata e la madre, con una brusca sterzata di tono le aveva chiesto “Cosa vuoi per cena?”.

Il padre è descritto come assente, ambivalente, ambiguo, neutro, affettuoso.

L’inizio del matrimonio dei genitori era stato difficile ma quello che le veniva detto era che poi era nata lei, e che lei era nata per riconciliare. Laura lo definisce il suo tema di vita.

Cl. Non piangevo e non chiedevo aiuto, ero una bambina molto buona. Mia madre si è lamentata di 1 mese della mia vita, in cui avevo scambiato il giorno per la notte.

Mia madre si voleva separare i primi mesi di matrimonio, mio padre non si voleva staccare dalla famiglia paterna (….) io sono nata per riconciliare.

T Come se lo è vissuto?

Cl. Come un tema di vita. Del riconciliare sempre, fare sempre che le cose vadano bene. (….) Nella vita un po’ l’ho fatto e nel lavoro mi è stato detto. Io mi allarmo se qualcuno alza la voce, litiga; io tendo a conciliare. Ho fatto l’arbitro di calcio. (……..)

Cl. Tendenzialmente non sono una persona ansiosa, che tutto mi da ansia.

L’equilibrio familiare girava intorno al lavoro e le regole, molto rigide, erano dettate dalla madre.

Cl. Lei mi ha passato tanto quello che una donna non deve essere: ammiccante, provocante; l’ideale è di donna molto forte, molto sobria, coerente, onesta.

Lei era una bambina che non chiedeva aiuto ed era molto buona, ricorda che si allarmava molto quando si alzavano i toni in casa “ Un po’ lo sento giusto perché non si deve fare, si allarmano le persone, e un po’ perché allarma me”.

L’adolescenza è descritta come un periodo difficile, la censura materna era molto forte “ lei mi ha passato tanto quello che una donna non deve essere: ammiccante, provocante; l’ideale è di donna forte, molto sobria, coerente, onesta”. Lei sentiva cose diverse ma parlava con le parole di sua madre

Cl Dicevo le cose che diceva mia madre. Mi ricordo di avere detto (nel gruppo della parrocchia) un pensiero che era di mia madre, sono stata presa un po’ in giro.Me lo ricordo benissimo, percepivo uno scollamento però lo facevo lo stesso.

Sapevo già cosa dovevo fare, era piuttosto chiaro, il modello era definito. E’ stato così fino a 18 anni.(…………………………)

Cl. Certi spazi li ho presi dicendo una bugia.

T. La libertà ed il senso di colpa viaggiavano insieme?

Cl. Si, Si!

Nel periodo adolescenziale ha avuto una precedente esperienza terapeutica durata un anno e che ha interrotto bruscamente “Non ho mai veramente colto l’occasione. Poi, andava anche mio padre e questo era pesante(….). Sedermi nello stesso posto dove sedeva mio padre mi riproponeva un setting che mi metteva a disagio”.

Dal racconto dell’adolescenza Laura passa agli ultimi anni dicendo che a 34 anni è andata a vivere da sola, portando con sé il suo “dover essere” e sorridendo perché altrimenti “gli altri si preoccupano”.

Cl. Sono andata a vivere da sola due anni fa, alla tenera età di 34 anni. Dentro di me non sono più come allora, sono molto più consapevole di quando mi volto ( a guardare cosa pensano). Sento che emotivamente mi colpiscono meno. Il mio dover essere l’ho sempre avuto, “ Sorridi perché altrimenti si preoccupano”

Ora desidera costruire una famiglia anche se suo padre le ha detto “ Se tu andassi via, mi daresti una grande delusione”.

Dichiara di essere stata sempre così accomodante da vestire i panni degli altri.

Cl. …il mio attuale compagno, ci abbiamo messo un anno per metterci insieme, siamo insieme da 778 mesi. Intanto, non fingo. Non vorrei mollare questa direzione. Certe cose fanno parte di me, tristezza, malinconia, se non trovo uno spazio, scoppio.

Non è semplice. Avere sentito queste c ose non significa averle già raggiunte. E’ bello, è appagante quando tutti sono contenti di te, a tutti piaci. Devo tenere conto che non lo reggo, non mi dà una reale soddisfazione. Potrebbe essere giusto se volessicontinuare a guardare la mia vita. Siccome sto iniziando a viverla, se non ho l’approvazione di qualcuno, pazienza1 E’ una cosa in cui casco.(……….)

Cl. E poi sento spesso l’inquinamento che non mi rende capace di distinguere quello che sono da quello che ( era un modello esterno), e giorno dopo giorno mi dicevo che era giusto essere così.(………………………………………)

Cl (……..)E ha avuto conseguenze molto dure nei rapporti con l’altro sesso.

Durante la quarta seduta, quando avremmo dovuto fare l’eventuale contratto terapeutico, Laura mi dice che ha” Una specie di allucinazioni(…) sento addosso delle lame che mi tagliano nella parte interna del corpo. Queste immagini mi vengono sempre quando sono sotto la doccia, non so perché (…………..) E’ una lama che non ha nessuno, come se lo facessi io, vedo la carne che si apre (………….) . Quando prendo la lametta per depilarmi, vado molto piano, come se avessi paura di non controllarmi”. Ed aggiunge “ Io da anni mi immagino delle cose mentre guido, passo da uno stato cosciente ad uno quasi incosciente, mi immagino che devo superare delle prove”. Passa a parlare della sua relazione attuale, della disperazione che prova quando non sente accolti i suoi sentimenti, le sue percezioni. La fa sentire profondamente minacciata.

Nel racconto, verso la fine della seduta, Laura mi comunica che è stata ricoverata in un reparto di psichiatria “perché non stavo bene”, per una diecina di giorni “ nel reparto chiuso” e poi per un anno aveva seguito un iter, andava una volta alla settimana per un colloquio per la verifica della terapia farmacologia. Al momento della dimissione un tirocinante si era offerto di continuare a seguirla, aveva accettato perché “Stavo molto male. Non ce la facevo più a sentire questo dolore che provavo. Era insostenibile portare avanti questo doppio binario di vita interiore così dolorosa e questa vita così normale. E quindi ho tentato il suicidio. In questo pensiero trovavo rifugio”.

Non ho mai ritenuto di dover fare domande per approfondire quello che stava portando, era chiaro che stava seguendo i suoi tempi, il suo bisogno di dire e secondo un ordine che non sembrava affatto casuale.

Laura ha racconta che aveva organizzato tutto perfettamente, mettendo da parte i farmaci che poi sarebbero serviti per morire; si era andata a confessare “ per purificarmi, volevo arrivare pronta”, aveva lasciato una lettera per i suoi genitori e per il ragazzo che frequentava. Si è salvata perché al mattino era ancora viva e i suoi genitori hanno potuto chiamare i soccorsi. Ricorda la disperazione del padre e la forza di sua madre. Aggiunge “ Non sono stata grata di essere salvata, non ero contenta”.

“ Ho ricominciato sullo stesso binario, anche quell’opportunità non l’ho colta (…………) In ospedale io non facevo la malata, mi occupavo di tutti. Ero così solare!”.

Non ho voluto interrompere il racconto, ho rimandato il contratto alla seduta seguente. Mi era chiaro che Laura aveva avuto bisogno di testarmi prima di rivelare la parte di sé che le faceva paura e la parte della sua storia così dolorosa. C’era stato un crescendo di intimità che la Cliente sembrava desiderare nonostante l’aspetto chiuso e l’assenza di emozioni.

La domanda che mi sono fatta a questo punto è stata: la Cliente soddisfa le tre condizioni che secondo Rogers sono necessarie perché avvenga il processo terapeutico?

1)Si è stabilito un contatto tra noi?

2)La Cliente è “in uno stato di disaccordo interno, di vulnerabilità o di angoscia”?

3)La Cliente percepisce, anche in misura minima, la presenza della considerazione positiva del Terapeuta e la comprensione empatica del suo schema di riferimento interno?

Alla luce di questi primi incontri mi sembrava di si.

Ed io, sarei stata capace in questa relazione terapeutica di incarnare le tre condizioni “ necessarie e sufficienti” per promuovere il processo di crescita/ cambiamento di questa Cliente? Sarei, cioè, stata capace di essere, non mostrarmi bensì essere, “in uno stato di accordo interno, almeno durante il corso del colloquio e in rapporto all’oggetto della relazione con la Cliente”? Sarei stata in grado di provare sentimenti di considerazione positiva incondizionata nei suoi confronti? E sarei stata in grado di ascoltarla con empatia, cioè con la capacità di sentire il mondo dell’altro come fosse il proprio ma senza mai perdere la qualità del “ come se”?

La Terapia Centrata sul Cliente è molto esigente, non prevede tecniche ma propone un modo di essere.

Alla luce di questi primi colloqui, mi sembrava che avremmo potuto lavorare insieme verificandosi tutte le sei condizioni.

Facendo riferimento ai sette stadi del processo terapeutico che Rogers propone in “Terapia Centrata sul Cliente”, posso dire che Laura era nel primo stadio per quanto riguardava la Modalità delle relazioni interpersonali “ Le relazioni profonde e piene di scambi sono percepite come pericolose, sono evitate quando appaiono ricche di sentimenti” Questo è stato uno dei punti focali del nostro lavoro insieme, per tutti e due gli anni della durata del percorso.

Nel Modo di affrontare i problemi, Laura appariva più avanti rispetto agli altri punti del processo terapeutico e, cioè “ i problemi sono percepiti ma le soluzioni sono viste come inefficaci”. Era arrivata in terapia perché si rendeva conto delle sue serie difficoltà nel rapportarsi con l’uomo che amava ma non vedeva nessuna possibile soluzione ed aveva deciso di farsi aiutare venendo in terapia.

Ho collocato la Comunicazione del Sé al terzo stadio “Inizia la comunicazione dell’espressione del Sé tuttavia il Sé viene inteso come “oggetto “ riflesso negli altri.

La Relazione con i sentimenti era rappresentata dal secondo stadio “ I sentimenti possono essere espressi ma non percepiti come propri, a volte sono descritti come riferiti al passato, sono poco differenziati”.

Anche il livello di disaccordo interno era collocabile ad un secondo stadio “Emerge una prima manifestazione della discrepanza ma è presente una forte oggettivizzazione del Sé”

E riguardo al Modo di sperimentare per Laura “ L’esperienza immediata è riferita al passato oppure ne è condizionata, l’esperienza personale è oggettivizzata ed intellettualizzata”.

Al quinto colloquio, Laura è scesa più nei particolari raccontando le ragioni che l’avevano portata a tentare di uccidersi.

L’educazione rigida e le pulsioni dell’adolescenza l’avevano fortemente scompensata. Sentiva emergere la sua femminilità che era guardata con sospetto e che era pesantemente giudicata da sua madre e, allo stesso tempo, appariva come la brava bambina. Provava un grande senso di solitudine che non veniva percepito dall’esterno. Aveva avuto le sue prime esperienze sessuali ed era rimasta incinta. Da sola, con il suo ragazzo, aveva fatto tutte le pratiche per l’interruzione volontaria della gravidanza. In casa non si erano accorti di niente. L’aveva raccontato ad un’insegnate del liceo che era stata molto comprensiva ma poi l’aveva tenuto quasi esclusivamente per sé e dice “ Ho iniziato ad avere un processo di dissociazione, il mio mondo interiore era distante dalla realtà”. In quel frangente, ha deciso di lasciare il ragazzo, dopo poco più di un mese ha compiuto 18 anni ed il mese dopo ancora è stata ricoverata a psichiatria. Durante il ricovero la madre ha indagato e scoperto cosa era successo. Mentre il padre cercava di farle arrivare il suo amore e la sua preoccupazione, cercava di consolarla “ Non hai colpa di niente, non hai fatto niente, passa tutto”, anche in quel momento la madre non è riuscita a rinunciare alla sua rigidità ed ha opposto un “Le cose si fanno in due e la colpa è di tutti e due”. Dopo questi eventi non hanno più parlato dell’accaduto ed anche Laura ha cercato di vivere come se non fosse mai accaduto. Nel raccontarsi in terapia, affiora un ricordo dimenticato: lei aveva trattenuto il ragazzo, lei aveva provocato la gravidanza perché forse era inaccettabile per lei la sessualità fine a se stessa.

L’uomo che frequenta è la prima persona con cui ha voluto condividere questa parte della sua vita ma, allo stesso tempo gli ha detto “duramente, che non voglio avere figli”. Quando affiora il pensiero di un figlio, lo percepisce come un mondo che per lei è inaccessibile.

Rogers dice in “ Psicoterapia e Relazioni umane” di Kinget e Rogers : ” La teoria della personalità che abbiamo finora formulato si applica, a differenti gradi, ad ogni individuo. I due punti che seguono trattano invece processi che si osservano soltanto in talune condizioni. Eccole:

1)se esiste un forte disaccordo tra l’Io e l’esperienza e se questo disaccordo, in seguito a qualche esperienza critica, viene ad essere svelato in modo improvviso ed innegabile, il processo di difesa si rivelerà impotente.

2)Il soggetto prova questo stato di disaccordo a livello di “sottocezione” e diviene ansioso. L’intensità dell’angoscia è proporzionale alla vastità del settore dell’Io colpito dalla minaccia.

3)Rivelandosi impotente il processo di difesa, l’esperienza diviene correttamente simbolizzata. Sotto lo shock di questa presa di coscienza, si produce uno stato di disorganizzazione psichica.

4)In questo stato di disorganizzazione, l’individuo manifesta spesso un comportamento strano ed instabile, determinato talora da esperienze che fanno parte della struttura dell’Io e talora da esperienze che non ne fanno parte (…………) Sotto le condizioni di disorganizzazione, la tensione e il conflitto tra la struttura dell’Io ( con le sue lacune e deformazioni esperienziali) e le esperienze scorrettamente simbolizzate, o non assimilate alla struttura dell’Io, conducono ad una lotta costante (………….) “.

Questo è quello che è accaduto a Laura, e questo è quello che l’ha accompagnata per quasi 18 anni, mano a mano che si difendeva diventando sempre più rigida e sentendosi sempre più spaventata dalle proprie emozioni e da quelle degli altri, a dispetto della sua sensibilità che l’ha continuamente esposta a sentirsi scissa, parola che lei ha usato tante volte in terapia.

La relazione di coppia è stata un‘importante palestra che le ha permesso di fare continuamente il passaggio tra la vita e la terapia e tra la terapia e la vita.

Sono emerse le sue difficoltà nel rapporto sessuale, nel rifiuto della mascolinità se solo questa veniva associata al piacere, alla forza; sono emersi i suoi costrutti che le impedivano di affidarsi ad un uomo se quest’uomo non rispettava i parametri della madre di Laura; è emersa la difficoltà che provava ogni volta che avvertiva la rigidità dei suoi costrutti: “una donna che ama è”, “ un uomo che ama è” e , dice Laura, sotto ognuna di queste etichette “c’è una lunga lista di definizioni”.

Proverò a riportare una parte della comunicazione di Laura negli ultimi mesi, prima di decidere, concordemente, di interrompere la terapia.

Cl. Il boicottaggio delle immagini, mi succede quando sta per accadere una cosa bella. Il compleanno di A., sentivo che potenzialmente poteva essere una cosa bellissima. (…….)

Le cose belle, mi sembrano ancora poco vere, che ci sia qualcosa di irreale, incredibile, resto incredula(….) che io possa rovinare il momento perché mi viene in mente qualcosa (……)

Come se io non mi dovessi abituare a stare bene. Mi mettono in tensione. Mi allarmo. E anche fisicamente divento più tesa.

Ora inizio un po’ ad arrabbiarmi

Laura ha sentito che il sintomo orribile sotto la doccia, che non si presenta quasi più, che lei accoglie con molta meno paura, perché ora si fida della sua capacità di non perdere il controllo ogni volta che le emozioni si fanno sentire, era un sintomo legato al piacere.

Cl. (L’acqua) Porta via tutto, è un lusso che mi prendo. Ecco, infatti arriva anche lì questo pensiero intrusivo. Cose piacevoli, e più sono piacevoli e più le immagini sono forti, difficili da mandare via, cruente.

Laura ama fare la doccia, stare sotto l’acqua calda e questo non le era concesso dalla sua struttura del Sé rigida che aveva incamerato molti dei dettami materni come se fossero stati suoi.

Cl.Sto imparando una cosa di me, quando sono preoccupata, mi scatta una consapevolezza che lui ( il marito) fa fatica a concretizzare e io mi sento responsabilizzata. Mi entra agitazione, arrabbiatura.

T. Risentimento?

Cl. Si. E mi funziona in maniera respingente, a livello fisico si traduce in fastido, in modo violento, è un non sopportare. Lui teme la distanza, viene più vicino. Si innesca questa dinamica di coppia (……………………………..) Ho capito che è contingente, che ha una causa, che mi dice di me. Ho capito che non posso decidere tutto, è un’aspettativa fuori misura. L’ho portato avanti tantissimo, influenzare con il mio potere ( il pensiero, il sentire) l’esperienza corporea.

Laura ha rivisto la sua relazione con il corpo dei suoi genitori. In un clima di giudizio rispetto a tutto quello che riguardava il piacere della sessualità, era consentita una confidenza con il corpo del padre che lei poteva vedere nudo, che è “una persona invadente” dal punto di vista fisico, che “in certi momenti sento che non lo sopporto (………………….) non ho mai visto mia madre nuda e vedevo mio babbo nudo. (…………….) ero un po’ la sua damigella. Mi piaceva che fossimo un po’ una coppia, allo stesso tempo mi dava fastidio. (………) _ Ci pensi te a babbo_ in quanto femmina, non in quanto figlia”.

Laura è stata una bambina, e poi una ragazzina, e poi un’adolescente, sola con i suoi turbamenti. Non solo nessuno era in grado di aiutarla ma venivano rinforzati i suoi timori, le sue paure, con la confusione dei doppi messaggi.

Cl. Vedo che se me lo dimentico il mio corpo, un po’ lo pago. L’altra volta mi ha colpito quando ha detto ( Terapeuta) che con il mio babbo non stavamo parlando di fatti ma di sensazione. Tante volte ho vivisezionato i fatti mentre quello che conta è quello che ho sentito. E ha importanza anche quando siamo piccolissimi, la potenza di quello che sentiamo. Io non mi ricordo i fatti di quando ero piccola ma mi ricordo le sensazioni!

Ho una predisposizione a questo tipo di memoria. Sto iniziando ad usare una lente diversa. Non sono arrivata da nessuna parte con quel tipo di lettura lì, era una specie di forzatura. ( Ora9 mi sembra che quelle sensazioni acquistino credito, e mi fa trovare un po’ più di serenità. Sto acquistando un po’ più di leggerezza. Non pensavo fosse una possibilità.

Uno degli aspetti su cui abbiamo maggiormente lavorato, è stato il rapporto di laura con la sua sessualità e con i maschi, in particolare con l’uomo che, nel frattempo, è diventato suo marito.

Cl. la sessualità comporta il lasciarsi andare, la lavatrice la posso fare anche borbottando! (……….) sono strappi per me. Come passare dalla neve al sole (………..) come immaginarmi la persona sulla zatterino con lo squalo che mi gira intorno

Dopo due anni tra un mese, credo di poter dire che Laura è molto avanti nel processo terapeutico, che ha perseguito con costanza, determinazione, forte motivazione.

Per quanto riguarda la “relazione con i sentimenti”, la colloco al sesto stadio “ i sentimenti precedentemente inibiti sono sperimentati liberamente, i sentimenti fluiscono senza ostacoli, l’immediatezza dell’esperienza attuale è accettata” . Ama riconoscere la sua rabbia, la sua diffidenza, il piacere di affidarsi, la non volontà di caricarsi dell’altro. Tutto quello che prova è accettabile. Riconosce con chiarezza che la paura di sua madre che fa equivalere la sua sensibilità, il suo desiderio di essere le sue emozioni, con la bizzarria, se non la follia, è qualcosa che non le appartiene, che può non spaventarla perché è la rappresentazione delle paure di qualcuno che non è lei.

Il grado di disaccordo interno corrisponde al quinto stadio “ Contraddizioni ed incongruenze sono affrontate direttamente, emerge il desiderio di identificarsi con il Sé reale, il dialogo all’interno del sé è sempre più libero”.

Il modo di sperimentare è tra il quinto ed il sesto stadio: “L’esperienza attuale è libera e non più estranea, emerge il bisogno di esperienza, compaiono sorpresa e timore, non sempre compiacimento, l’esperienza ha la qualità del processo” e Laura lo simbolizza con accuratezza.

La Comunicazione del Sé ( quinto stadio) è libera all’interno del Sé, la verbalizzazione è accurata, sono verificate con l’altro le definizioni cognitive. I costrutti personali ( sesto stadio) sono relativizzati, gli schemi di riferimento sono messi in discussione.

Nel modo di affrontare i problemi ( sesto stadio), la differenziazione tra problemi esterni e interni scompare, i problemi sono tutti soggetivizzati.

Nella modalità delle relazioni personali, lì dove Laura aveva iniziato il percorso con maggiore difficoltà, è possibile collocarla tra il quarto ed il quinto stadio: “ Le relazioni sono percepite come pericolose ma si accetta di correre un rischio limitato” in alcune aree della propria vita mentre, in altre aree, “le comunicazioni interpersonali sono affrontate e vissute liberamente”.

Laura sta per partorire, qualche giorno fa ci siamo accorte, con commozione reciproca, che la sua gravidanza giungerà a termine esattamente dopo due anni dal nostro primo incontro. Laura sospenderà la terapia ma desidera continuare il nostro lavoro perché “ Ci ho pensato, passerà del tempo prima che ci vedremo. Sicuramente avrò bisogno di costruirla una chiusura. Come si costruisce un percorso, avrò bisogno di costruirla una chiusura. E forse avrò voglia di affrontare altre cose. Non sento che il percorso è finito”. E tutto questo Laura lo dice con le spalle dritte, la faccia sorridente, lo sguardo che cerca il contatto oculare.

Ha concluso parlando del suo rapporto con suo marito “ Con Francesco abbiamo fatto un percorso, parliamo di emozioni e stiamo benissimo. E lui ha stima di me, riconosce la forza di questo strumento”. Laura non ha più paura di impazzire ogni volta che si sente vibrare.

Mariangela Bucci Bosco, psicologa-psicoteraapeuta.

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